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Emarginazione disagio giovanile tema scaricare

Posted on Author Vuk Posted in Ufficio

  1. Disagio giovanile: tema
  2. B024153 (B219) - modulo: Nuove Tecnologie per l'Educazione e la Formazione - Cognomi P-Z 2016-2017
  3. Disagio giovanile e dipendenze patologiche. Progetti di prevenzione nel trapanese
  4. Scarica qui tutti i contenuti extra dei sussidi:

Elaborato con considerazioni personali sui problemi e le cause del disagio giovanile al giorno d\'oggi: tema svolto. tema di Italiano. Tema svolto sul disagio giovanile di oggi: definizione e cause. tema di Italiano. Valuteremo il rapporto disagio giovanile, scuola e mass-media, ci chiederemo se è Alcuni nodi del dibattito scientifico-pedagogica sul tema: sostegno sociale (affiliazione a gruppi devianti, difficoltà economiche e emarginazione sociale). Da una parte ci sono i giovani che si impegnano nel volontariato a favore dei poveri, degli emarginati e degli handicappati, dall'altro, e sono in.

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Inoltre capace di individuarne, o almeno ipotizzarne, le principali cause. Con lo scopo di fornirgli un quadro interpretativo del fenomeno, in vista di un intervento educativo adeguato ed efficace. Argomenti: I.

I Concetti fondamentali della Sociologia della Devianza: definizione ed interpretazioni; tipologie e classificazioni; funzioni e disfunzioni della devianza.

Nuove forme di devianza giovanile: dissolvenza teorica ed irrilevanza empirica del termine devianza; ipotesi interpretativa: disagio e rischio in relazione ai bisogni. Leggere un altro manuale, oltre alle dispense.

Ogni disagio è una messa in crisi dell'assetto educativo esistente sia in termini di progettazione che di sistema relazionale. Il disagio diventa un segnale di ritorno e una messa in crisi dell'assetto progettuale.

Disagio giovanile: tema

Le alternative della sfida scommessa Di fronte al disagio come sfida l'educatore si trova come dinanzi ad un bivio; a lui si impone una alternativa. Un rifiuto dettato da rigidità, da assenza di flessibilità, o anche, più ordinariamente, da incapacità di cogliere il disagio come segnale e come chance di segno positivo. In tal caso la rigidità fa luce anche intorno al tipo di modello comunicativo messo in atto dall'educatore.

In questa prima alternativa la sfida non viene accolta come tale, né elaborata in scommessa. E questo si traduce in un atteggiamento dell'educatore, assai diffuso, di tipo proiettivo: etichettatura, stigmatizzazione, colpevolizzazione, che innestano processi di selezione, isolamento, esclusione dell'altro, fino alla più completa emarginazione, o più facilmente alla espulsione dai processi educativi. In questo modo il disagio dei preadolescenti diventa prodromo di marginalità e di potenziale devianza.

In questa logica il disagio in quanto sintomo viene interpretato come sintomo riferito esclusivamente al soggetto; viene attribuito come proprietà, come qualità del singolo nel quale si manifesta; esso non viene, nella mente dell'educatore, a connettersi minimamente col sistema educativo, né implica la messa in crisi dell'assetto relazionale da lui stabilito.

Un cambiamento culturale per interpretare il disagio Ma c'è anche un secondo tipo di risposta educativa al disagio, ed essa rappresenta l'alternativa virtuosa e costruttiva. Il problema non viene isolato, quindi attribuito alla diversità del singolo e scaricato sulla sua responsabilità; il disagio dei preadolescenti viene assunto nella lettura come problema del sistema ambiente educativo.

È a questo che viene richiesto un ripensamento, una presa di coscienza e una conseguente ristrutturazione. In questa ottica il disagio richiede un cambiamento per l'accoglienza della diversità a partire da una iniziale presa di coscienza e ristrutturazione cognitiva. La sfida dei soggetti del disagio richiede allora una presa in carico da parte dell'educatore e della comunità educativa, una sua chiamata alla responsabilità in quanto nodo nevralgico del sistema; essa esige una attivazione-mobilitazione di tutto il sistema educativo per una azione di ricupero.

In questa logica ci sembra si apra una via per la soluzione progressiva del problema. In una prospettiva di cambio culturale le energie e le risorse del sistema educativo vengono mobilitate in maniera costruttiva; vengono attivate per la presa in carico e la soluzione. In queste condizioni il sistema gruppo o comunità educativo è in grado di liberare tutta la sua potenzialità di risorse in maniera creativa in ordine alla soluzione del problema.

Un cambio di mentalità Un primo elemento è dato da una urgente presa di coscienza da parte della comunità educativa: non è pensabile, proprio di fronte ad una emergenza che la supera, continuare ad immaginare una comunità che si crede autosufficiente nella educazione dei ragazzi, tanto più quelli dell'area del rischio e del disagio.

Per rimanere nell'ambito specifico della comunità ecclesiale, bisogna dire che l'atteggiamento prevalente del passato di fronte ai preadolescenti del disagio è stato quello implicito della esclusione e quello dell'allontanamento. Era difficile che un ragazzo con disagio, soprattutto conclamato, trovasse spazi di inserimento nelle proposte ecclesiali: i suoi bisogni e le esigenze di crescita richiedevano risposte ben altre rispetto a quelle ricorrenti!

Ed in tal modo avveniva la selezione silenziosa e inconsapevole. Vigeva infatti una cultura della delega totale alla società civile. In alcuni casi, più di recente, la comunità ecclesiale ha cominciato a capire che anche questi erano soggetti destinatari del suo messaggio di vita. Si poteva sempre reperire un catechista o un animatore di quelli irriducibili a cui scaricare il compito del loro inserimento e della loro integrazione. Si trattava di una forma di delega, anche se questa volta proiettata all'interno.

Oggi l'incontro vero con i soggetti del disagio, la loro accoglienza e la loro presa in carico, deve produrre una doppia presa di coscienza: anzitutto la consapevolezza del fatto disagio dei soggetti come un fatto globale che riguarda tutti i soggetti della comunità educativa, quelli a loro agio e quelli a disagio e la gestione del problema in termini educativi globali, senza separazioni e ghettizzazioni, ma gestendolo come fatto educativo che tocca tutti e coinvolge tutti nella comunità educativa pastorale.

E ad esso si accompagna una seconda presa di coscienza: la fine dell'autosufficienza, la fine dell'autarchia e delle isole felici non solo all'interno ma anche all'esterno della comunità educativa.

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Liberarsi dai fantasmi in educazione In questo senso la fine dell'autosufficienza coincide con lo scrollarsi di dosso il fantasma di onnipotenza in educazione: quello di poter fare tutto da soli e di farlo bene.

In questo senso la comunità coltiva sanamente il senso del proprio limite e la conseguente consapevolezza che solo la comunità tutta, la comunità educativa sul territorio, è in grado di gestire il compito della presa in carico. Qualità di un intervento di prevenzione significa anzitutto la ricollocazione dell'educativo al centro dei processi formativi; l'educazione lavora sulla motivazione, sugli atteggiamenti, sulla relazione e sul sistema delle relazioni, sul mistero della persona, della sua libertà e responsabilità.

Occorre rassicurare la centralità dell'educativo, rispetto alle preoccupazioni di trasmissione dottrinale, di inculturazione, di socializzazione anche per gli operatori nella comunità ecclesiale, catechisti in prima linea. Vuol dire ancora progettare itinerari educativi, in modo da agganciare il soggetto al livello reale della propria consapevolezza del bisogno, per accompagnarlo nella assunzione di responsabilità intorno a se stesso e alla propria vita in connessione con quella degli altri.

Dalla comunità, e da quella ecclesiale anzitutto, occorre muoversi verso una costituente educativa del territorio.

Disagio giovanile e dipendenze patologiche. Progetti di prevenzione nel trapanese

L'antropologia dell'uomo sistemico e culturale-linguistico, la metodologia dell'animazione e, più ancora, la sua prassi decennale, hanno da offrirci dei contributi preziosi per affrontare il problema. Per definirlo al meglio viene cercato il nesso con i concetti di disadattamento e rischio.

Dunque viene approfondito il significato di disagio giovanile prendendo in esame due componenti:il disagio evolutivo e il disagio patologico. Prima viene analizzato il disagio evolutivo come normale crisi che si verifica nell'adolescenza.

Continuando a prospettare obiettivi e mete chiare. La condivisione di esperienze emotive è certamente utile per capire e farsi capire. Purtroppo, in questo periodo storico sembra che i genitori e gli educatori in genere, nei confronti degli adolescenti, abbiano effettuato una sorta di tregua e alleanza.

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Al figlio non sono fatte che delle richieste minime. I divieti, rari, riguardano solo richieste assurde. Si cerca, tenendo conto delle risorse economiche della famiglia, di vietare il meno possibile e di concedere il più possibile. Collodi lo descrive molto bene quando Pinocchio e Lucignolo vanno nel paese dei balocchi. La loro presenza, soprattutto quella del genitore dello stesso sesso, dovrebbe essere costante nel guidare, nel proporre valori, obiettivi e strade per raggiungerli nel modo più rapido ed efficace ma dovrebbe anche servire a trasmettere gli antichi e basilari valori, ricchi di saggezza e di valenze positive.

Per quanto riguarda il contrasto con i genitori, questo, se non eccessivo, è fisiologico. È più difficile la rottura dolce di un grande amore! Questo non significa che genitori e figli, fisiologicamente, debbano odiarsi, ma non bisogna neanche avere paura di una certa tensione, proprio perché serve a rompere un legame e quindi permette un salto qualitativo.

Spesso questo crea delle alleanze che prima non esistevano. Naturalmente questo non dovrebbe avvenire. La sofferenza di tutta la famiglia si accentua con danno irreparabile per tutti. Purtroppo, come abbiamo già detto, oggi queste condizioni si avverano sempre più raramente.

Spesso i padri mancano: perché i genitori sono separati, divorziati o la madre è una donna nubile; più spesso i padri sono assenti perché troppo impegnati nel lavoro e nelle attività al di fuori del contesto familiare. La frequenza con il gruppo dei pari avvenga senza pericolosi eccessi.

Spesso si cerca un amico che abbia caratteristiche simili alle proprie o complementari. Questa guida è più facile attuarla prima che queste amicizie nascano piuttosto che dopo che si è stabilito un forte legame affettivo. I gruppi formativi. Quando i partecipanti si incontrano non si parla a ruota libera, non si sta insieme solo per divertirsi o per scacciare la monotonia, ma s'impara a progettare e a perseguire obiettivi formativi, spirituali, culturali, artistici o di solidarietà sociale.

Gli adolescenti, quando il gruppo è ben gestito, si abituano a dare più che a ricevere; a proporre positivamente, più che a lasciarsi trascinare dagli altri; a partecipare, più che a chiudersi nel proprio Ego.

I gruppi spontanei. Questi si formano per aggregazione di uno o più soggetti al fine di vivere momenti di dialogo o di divertimento. Poiché queste bande non hanno contenuti o ideali, gli adolescenti ed i giovani, per farne parte, per paura di non essere accettati, per istintiva omologazione, per emergere, accettano di compiere le azioni più assurde ed imprevedibili. Dice infatti P. Non appena uno agisce come fosse soltanto la parte di un tutto e quando in questo tutto si identifica, immediatamente avverte il sentimento di essersi liberato da ogni responsabilità….


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